Gianni Faccin - AICo Veneto n. 54 del 19/1/2014
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Metto insieme due importanti parole: la prima è qualcosa di prezioso come l’acqua che beviamo o come l’aria che respiriamo; la seconda sa molto di autoinganno.
Eppure ad una vista superficiale potrebbero essere accomunate. Invece, si dice che la differenza fondamentale tra le due sia che la speranza non finisce mai, mentre finisce di volta in volta ogni illusione.
Guardando alle caratteristiche anche etimologiche delle due parole si può già fare chiarezza. Il riferimento è al noto sito di approfondimento delle parole https://unaparolaalgiorno.it/, che trovo molto appropriato e costruttivo.
Speranza dal latino tardo sperantia, derivato di sperare, che è da spes ‘speranza’. Rappresenta uno stato d’animo di aspettazione fiduciosa della realizzazione di ciò che si desidera; virtù teologale; persona o cosa in cui si ripone speranza. Non è fiducia, ma è un avviamento alla fiducia. La speranza è un sentimento esposto: non richiede che si compiano azioni verso ciò che si desidera o attende in fiducioso augurio, non favorisce. Brutalmente, non aiuta. Tant’è che può essere anche un sentimento vaghissimo, di aspirazione debole, al limite della voglia.
Illusione, da parte sua, è una parola che arriva dal dal latino illusio, derivato di illudere, a sua volta da ludere ‘giocare, scherzare’. Onde per cui, rappresenta uno stato non invidiabile nel sentire comune. Illudersi è avere una percezione errata della realtà; una proiezione fondata solo su desideri e aspirazioni, una speranza sì, ma vana.
Ecco, una distinzione vissuta di questi stati d’animo, frequenti in chi vive anche fuori dalle realtà sociali, porta al rafforzamento delle motivazioni di vita. Porta alla ricerca di ispirazioni. Porta, infine, a rivalutare il senso di speranza, anche di fronte a tragedie personali o globali.
Ci sta di vivere anche qualche illusione, per quel che può servire, ma conta di riuscire a deviare quanto prima per riportarsi nell’area della speranza autentica.
Mi è piaciuto di recente ritrovare la questione in un classico del 1945 (Il Quartiere di Vasco Pratolini – ed. Oscar Mondadori) che sono riuscito finalmente a rileggere: Ecco il brano da pag. 97 che riporta un dialogo tra quattro amici, tra cui l’autore del libro, siamo nel dopoguerra con un quinto amico (Gino) che è partito emigrante per l’America per trovare fortuna. Discorrono gli amici:
“**Gino non ha né arte né parte, ma soltanto delle cattive abitudini. Soprattutto questo io gli rimprovero. Di essere andato nel mondo senza prima essersene fatta una ragione”.
Sentivamo una verità nelle sue parole. Al di là delle nostre figure, del ricordo di Gino, qualcosa ci isolava nel nostro ragionamento, come quando in cielo si accende una luce, balena, e il tuono tarda, e restiamo sospesi. Eravamo Giorgio ed io seduti sulla spalletta, Carlo e Arrigo stavano appoggiati al parapetto. Io dissi: “Ma in questo modo tu rinunci a tutte le illusioni. Se non ci fossero delle speranze ci potremmo tirare un colpo di rivoltella”.
“Avere delle speranze, hai detto, non soltanto delle illusioni. Guai a non avere delle speranze. Ma le speranze sono dentro di noi, ce le coviamo giorno per giorno, le rifiniamo come un imballaggio, col ‘fragile’ e tutto. Eppoi, come nascono le speranze? “. “E chi lo sa!” disse Carlo. “Ad un certo momento si comincia a desiderare una cosa”. “Allora è un’illusione, più o meno forte ma sempre un’illusione, perché la speranza ti nasce dentro a poco a poco ed è un fatto che ti porta a riflettere. Poniamo che uno abbia sete: secondo l’illusione vede acqua da tutte le parti e lecca un muro perché gli sembra una cascata. Secondo la speranza invece egli ragiona e cerca d’indirizzarsi verso un luogo dove sa che esiste una fontana. Può cadere stecchito dalla sete lungo la strada, ma era diretto verso una fontana”.
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Immagine: Speranza nel bello - foto dell'autore