Gianni Faccin - AICo Veneto n. 54 del 19/1/2014
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Già, scoprire il silenzio in città, penso sia spesso una chimera.
Eppure succede, e più di frequente di quanto si pensi. Solo che siamo sempre talmente presi dai nostri pensieri e dai nostri programmi, come anche da tante cose da fare che corriamo il rischio di non accorgercene.
E nei momenti in cui ce ne accorgiamo possiamo interrompere o scappare perché fa paura il silenzio. Il silenzio è onesto e diretto, ci fa fare i conti con noi stessi. Sempre per evitare gli effetti del silenzio, possiamo trovare qualche occupazione inaspettata o creata ad arte, proprio per non restare nel silenzio.
Esso è una grande fonte di crescita personale, ci aiuta a pensare e a riflettere, ma ci aiuta anche ad accorgerci di quanto ci circonda, di quel mondo che è l’altro e della natura.
Ci aiuta a renderci conto della realtà e della finitezza di tutte le cose, nonché del fatto che spesso lasciamo indietro le cose importanti per fare spazio a quelle non importanti.
Infine, ci aiuta a cercare dentro di noi e ad avvicinarci alla nostra essenza.
Ti è mai capitato di scoprire il silenzio con la complicità della natura? Se non banalizzata, perché siamo artisti nel banalizzare le meraviglie del creato, può essere un’esperienza meravigliosa e anche catartica, ovvero di liberazione e purificazione.
Ricordo in particolare la mattina durante la grande nevicata del 1985. Molti, come successo a me, si sono alzati e hanno iniziato la giornata come al solito, salvo trovare la grande novità. Una novità che era del tipo “il mondo si fermi” …
A me è successo di essermi preparato per uscire per andare al lavoro, percependo nell’aria di casa qualcosa di diverso, fatto di una strana luce e di rumori ammorbiditi. Sono corso in garage, ho aperto automaticamente il portone e in auto ho fatto retromarcia per uscire, pur vedendo finalmente tutto bianco. Ci sono voluti alcuni tentativi per accorgermi dell’impossibilità di uscire dal garage essendo la neve in quel momento oltre i 60 cm. Solo in quel momento ho capito che il mondo poteva fermarsi, doveva fermarsi …
Questo ricordo l’ho subito collegato ad uno dei bellissimi racconti di Italo Calvino inserito nel libro edito nel 1958 da Einaudi dal titolo Marcovaldo ovvero le stagioni in città. È un libricino importante per me, ne possiedo anche una edizione storica che veniva adottato negli anni settanta nelle scuole superiori. Francamente, è uno dei libri letti più volte e che a suo tempo mi hanno avvicinato all’arte della lettura.
Rileggendolo di recente, per l’ennesima volta, mi è piaciuto trovare il collegamento di cui sopra, nel 4°capitolo (La città smarrita nella neve) a pag. 25 delle edizioni più recenti. Ecco il bel brano.
Quel mattino lo svegliò il silenzio. M. si tirò su dal letto col senso di qualcosa di strano nell’aria. Non capiva che ora era, la luce tra le stecche delle persiane era diversa da quella di tutte le ore del giorno e della notte. Aperse la finestra: la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco. Aguzzando lo sguardo., distinse, in mezzo al bianco, alcune linee quasi cancellate, che corrispondevano a quelle della vista abituale: le finestre e i tetti e i lampioni lì intorno, , ma perdute sotto tutta la neve che c’era caduta sopra nella notte.
La neve! – gridò M. alla moglie, ossia fece per gridare, ma la voce gli uscì attutita. Come sulle linee e sui colori e sulle prospettive, la neve era caduta sui rumori, anzi sulla possibilità stessa di far rumore; i suoni, in uno spazio imbottito, non vibravano …
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