Gianni Faccin - AICo Veneto n. 54 del 19/1/2014
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Avevo intitolato questo pezzo "Libri tutti!"
Sì, è proprio così.
Quello che cerco nei libri, quando li leggo, è “tutti”. Cerco il passo, la riflessione, la frase (e non solo) che sono state scritte per me, che sento mie. C’erano già in me, ma io non le sapevo trovare o non le avevo ancora avvistate.
Esse mi parlano e mi presentano parti della mia anima. Ed è in quel momento che prendo il volo, come quando un parapendio prende il suo passeggero e lo aiuta a piccoli scatti a librarsi in cielo.
Ha detto bene, uno dei mei scrittori contemporanei preferiti, Erri De Luca (immagine-frase sotto riportata) (1). Come lui, anche io cerco la parte di me che non ho ancora portato alla Cre il vero, già quando individuo un autore o un titolo, già quando vedo e mi procuro il libro e comincio a osservarne le fattezze, ossia se la copertina è flessibile o rigida, le immagini di copertina, i colori e la grafica, già quando lo apro ne scorro le pagine per capire come sono divise le parti, se in capitoli o paragrafi, e se le parti hanno una numerazione o portano dei titoli, già allora sono in piena ricerca. Anzi mi sto preparando a spiccare il volo.
Eppoi, arriva finalmente la lettura che diventa per me un momento di felicità e di vera elevazione.
Spesso, mi sono chiesto da dove sia arrivata questa mia speciale molla alla lettura, che è stata ed è ancor oggi orientata alla ricerca e allo studio e non solo alla lettura di diversi generi letterari. Quando si sia attivata mi è chiaro, ma oggi mi è anche chiara la radice originaria che già ben sospettavo.
Ho sempre avuto dai miei genitori un forte incoraggiamento: da mio padre allo studio e da mia madre alla lettura. Lei, classe 1927, mi coinvolge da sempre – e ancor oggi - sulle sue letture per cercare un confronto e talvolta per offrirmi il suo stupore o, per certe questioni, il suo punto di vista. Lo fa con entusiasmo, curiosità e interesse, convinta dell’importanza di quando mi trasmette o mi chiede.
Ho avuta chiara l’immagine leggendo la parte finale del libro d’esordio di uno scrittore che ho imparato ad apprezzare (2).
Brano molto divertente, in cui, partendo dalla forte relazione con la madre, l’autore spiega quali siano per lui i due livelli di lettura, non senza prima aver descritto a memoria e in parte forse come inventato un fatto accaduto molti anni prima.
Eccolo di seguito.
“… Adesso lo faccio leggere a mia madre e lei lo ricorderà proprio come l’ho scritto. E così gliel’ho fatto leggere, e lei alla fine ha detto: è andata proprio così. Attenzione: può darsi anche che abbia ragione lei; può darsi che valga quell’atmosfera, quella sensazione di felicità a prescindere dalle parole, dai pensieri e dalle azioni; può darsi, addirittura, che io, inventando, tiri fuori da una memoria nascosta qualcosa che credo di inventare ed era così per davvero; oppure, come credo più probabile, per mia madre ogni cosa che scrivo su di noi sostituisce immediatamente la realtà dei fatti avvenuti.
Ora, ci sono due livelli di lettura: il primo è quello vostro, dei lettori, che non conoscono né me né mia madre. Voi leggete un racconto, vi piace o non vi piace, e casomai pensate pure: ma sarà successo proprio così? Racconta i fatti suoi? Inventa? Tutti pensieri legittimi, che però alla fine lasciano il tempo che trovano. Il racconto non vi piace, e può bastare. Il racconto vi piace, e può bastare. E poi c’è un altro livello, trascurabile per la letteratura, ma piuttosto importante e presente per la vita personale dello scrittore, che sancisce alla lettura: quello che c’è scritto qui, da ora in poi, sarà la verità a cui attenersi per noi e per le generazioni successive”.
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Note: